Ma che domande, certo che i gatti provano emozioni!”. Di sicuro questa sarebbe la risposta che mi darebbe un qualunque gattofilo nel momento in cui gli chiedessi se, secondo lui o lei, i gatti sono capaci di provare emozioni come la gioia, la tristezza, la paura, il disgusto, la rabbia.

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Eppure l’idea che i gatti, così come tutti gli animali non-umani, sperimentino e vivano emozioni profonde è una conquista piuttosto recente, sia dal punto di vista scientifico che filosofico. A ben guardare, esistono ancora alcuni intellettuali che guardano con riluttanza a questa prospettiva e che davanti qualunque ipotesi di esistenza di una sfera emozionale animale risponderebbero con uno deciso scetticismo.

La sfera emozionale dei gatti

Eppure, che i gatti siano in grado di provare emozioni e di esprimerle lo potrebbe affermare chiunque viva accanto a loro e goda della loro compagnia sapendo leggere anche solo minimamente il loro linguaggio corporeo.

I ricercatori usano classificare le emozioni in primarie e secondarie.

  • Le emozioni primarie

Elencate da Darwin in paura, rabbia, disgusto, sorpresa, tristezza e felicità, da un punto di vista fisiologico sono risposte che facilitano la sopravvivenza perché permettono all’organismo di reagire davanti uno stimolo improvviso. Sono definite primarie perché non richiedono un pensiero conscio, sono emozioni innate, scolpite nel corredo comportamentale della specie attraverso millenni di evoluzione.

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Un gatto in preda alla paura lo si riconosce per la pupilla dilatata, le orecchie appiattite sulla testa, il corpo raccolto, la coda attaccata al tronco e l’espressione incerta. E davvero nessuno ha mai notato l’espressione di disgusto che compare sul volto di Micio quando gli si offre qualcosa che non gradisce? Aggrinzisce il muso, sposta il peso del corpo all’indietro e si allontana. Sembra quasi di sentirlo protestare. E cosa dire della sorpresa che gli fa sgranare i suoi rotondi occhi quando in casa cambia qualcosa (magari gli avete appena montato un tiragraffi nuovo di zecca?). La rabbia furente è quella di una madre a cui abbiano sottratto o minacciato i micetti ed è fatta di unghie sguainate, di morsi inferti e di vocalizzazioni potenti.

Tristezza e felicità si possono misurare nell’entusiasmo con cui un micio esplora e si interessa alle cose del mondo. La prima è riconoscibile nell’immobilità, gli occhi socchiusi e le orecchie basse, la scarsa partecipazione alla vita di relazione e il disinteresse persino verso l’amata caccia. Di segno completamente opposto è la gioia, espressa da mirabolanti acrobazie, da una irrefrenabile curiosità e dall’accoglienza verso forme di interazione gentili e complici.

  • Le emozioni secondarie

Sono quelle che emergono dall’esperienza e che vengono elaborate sulla base del pensiero conscio e sulle valutazioni che un gatto fa della realtà. La vista di un cane che sopraggiunge potrebbe scatenare in un gatto un’emozione di paura tale da indurlo a scappare (emozione primaria, paura). Ma il pensiero conscio potrebbe permettergli di riconoscere in quella sagoma canina il suo convivente e l’emozione successiva potrebbe essere entusiasmo, tanto da indurlo ad andare incontro all’amico con la codina alzata. Oppure, la vista del cane potrebbe scatenargli inizialmente un moto d’ira per l’invasione di territorio percepita (emozione primaria, rabbia). Ma il pensiero conscio potrebbe fargli decidere che è svantaggioso affrontarlo fisicamente perché il cane è imponente; oppure potrebbe suggerirgli, grazie alla memoria e a ricordi pregressi che in passato quello ha evitato i conflitti, quindi lo scontro è evitabile. Queste elaborazioni potrebbero spingerlo a convertire l’iniziale rabbia in un malcelato fastidio espresso da postura rigida, sguardo fisso e orecchie tese all’indietro.

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Ma allora, se siamo in grado di risalire a quanto i gatti provino emozioni e quanto flessibilmente riescano ad adattare il loro comportamento proprio in virtù del ricco panorama emozionale di cui sono dotati, perché ci sono ancora ricercatori che evitano di riconoscere l’esistenza delle emozioni (e talvolta persino della mente!) degli animali non-umani?

La risposta è molto semplice: il giorno in cui decideremo di vivere coerentemente con la consapevolezza che tutti gli animali e non solo l’uomo sperimentano emozioni primarie e secondarie, dovremo iniziare a domandarci come trattiamo gli esseri senzienti che ci circondano e su che piano di responsabilità intendiamo porci. Senza girarci attorno, è evidente che l’uomo utilizzi gli animali a suo uso e consumo per alimentarsi, per vestirsi, per divertirsi, per selezionare ed esibire razze, per sfruttarne la forza lavoro, perfino per intrattenersi: attività queste che, al di là dell’aspetto morale, fanno girare un’intera economia. Ebbene, riconoscere agli animali l’esperienza di emozioni profonde richiederà necessariamente di rimettere in discussione tutto questo, di sovvertire interessi pratici ed economici, fare i conti con la responsabilità, rinunciare ad accentrare sull’uomo tutti i privilegi dell’esistere. Chi è pronto per un passo del genere?